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"Come vivere più a lungo e sentirsi meglio” del Prof. Linus Pauling

October 19, 2012 at 23:13


Pubblichiamo un estratto dal libro “Come vivere più a lungo e sentirsi meglio”, traduzione italiana dell’originale inglese “How to Live Longer and Feel Better”, pubblicato da Prof. Linus Pauling nel 1986.

 
Ewan Cameron, prima che ci conoscessimo e collaborassimo assieme, aveva operato un centinaio di malati di cancro nel suo reparto chirurgico, in Scozia. Come molti altri, era convinto che questa malattia, fonte di tanta sofferenza, andasse affrontata con uno spirito nuovo. Egli raccolse moltissime informazioni sul cancro e formulò una nuova teoria sulla sua eziologia, che nel 1966 rese pubblica in un libro, Hyaluronidase and Cancer, in cui ipotizzava la possibilità di aumentare in misura significativa il controllo del cancro rafforzando i meccanismi naturali di difesa dell'organismo umano. In particolare, egli citava il fatto che i tumori maligni producono un enzima, la ialuronidasi, che attacca la sostanza intercellulare dei tessuti circostanti, indebolendola a un punto tale da permettere l'invasione della neoplasia nei tessuti stessi. Egli suggeriva di trovare qualche sistema per rafforzare la sostanza intercellulare, rafforzando contemporaneamente i meccanismi naturali di difesa dell'organismo in misura tale da permettergli di resistere all'attacco delle cellule maligne. Per parecchi anni Cameron provò a somministrare vari ormoni e altre sostanze a malati di cancro in stadio avanzato, ma non riuscì a trovare alcuna sostanza o miscela di sostanze che fossero efficaci.

Lessi quel libro e rimasi molto colpito dalla sua tesi. Lavoravo da tempo sulla vitamina C in relazione al raffreddore comune e ad altre malattie, e nel 1971 pensai che la nota proprietà dell'acido ascorbico (quella di aumentare la velocità di sintesi del collagene) avrebbe potuto rafforzare la sostanza intercellulare attraverso l'aumento della sintesi di fibrille di collagene, che sono una parte importante di tale sostanza. Accennai a questa ipotesi nel discorso che feci in occasione dell'inaugurazione del Ben May Laboratory for Cancer Research nella Pritzker Medicai School dell'università di Chicago. Nel frattempo, Cameron aveva indipendentemente raggiunto, in via ipotetica, la conclusione che l'ascorbato potesse essere implicato nella sintesi dell'inibitore spontaneo della ialuronidasi, e aveva già cominciato a prescriverlo con prudenza a pazienti terminali di cancro affidati alle sue cure.

Nel novembre del 1971 egli lesse sul New York Times un resoconto del mio discorso. Immediatamente ci mettemmo in contatto, dando inizio a una lunga e produttiva collaborazione.

Cameron era rimasto deluso dai suoi esperimenti con vari ormoni; invece riscontrò subito che il trattamento con la vitamina C era di considerevole aiuto ai suoi pazienti, e nei dieci anni successivi diede grandi dosi di questa vitamina a varie centinaia di malati di cancro in stadio avanzato: quasi tutti erano pazienti per cui i convenzionali metodi di cura erano stati già provati senza giovamento.

Insieme con i suoi collaboratori, Cameron pubblicò vari articoli in cui riferiva le sue osservazioni. In uno di questi, gli autori riferivano che, a quanto sembrava, la vitamina C riusciva a controllare il dolore, al punto che pazienti che prima ricevevano grandi dosi di morfina o diamorfina poterono poi fare a meno di questo narcotico (Cameron & Baird, 1973).

Cameron pubblicò anche un rapporto dettagliato sui primi cinquanta malati di cancro in stadio avanzato che erano stati trattati con forti dosi di vitamina C (Cameron & Campbell, 1974) ed un articolo su un paziente che sembrava guarito completamente da un cancro dopo la somministrazione della vitamina C in cui, tuttavia, quando fu interrotta tale somministrazione, il cancro ricomparve; questo paziente guarì di nuovo completamente non appena si riprese il trattamento con la vitamina C. Il paziente continuò a prendere la vitamina C, 12,5 grammi al giorno, e dopo dodici anni era ancora in ottima salute (Cameron, Campbell & Jack, 1975).

La prima osservazione fatta da Cameron fu che la maggior parte dei pazienti trattati con ascorbato godevano di un benessere maggiore e presentavano un miglioramento clinico generale. Tra i benefici goduti da questi pazienti vi erano: diminuzione del dolore, riduzione delle asciti maligne (cellule mandate in giro dal tumore che possono diventare agenti di metastasi) e degli essudati pleurici maligni, riduzione dell'ematuria, inversione parziale dell'epatomegalia maligna e dell'ittero maligno, diminuita velocità di sedimentazione dei globuli rossi e del livello sieromucoso del siero, tutti indicatori accettati di una diminuzione dell'attività maligna.

Ciò permetteva di concludere che tanto l'aumentato benessere quanto il prolungamento accertato del tempo di sopravvivenza risultavano da un significativo attacco alla condizione maligna da parte dell'ascorbato, o diretto o mediato dai meccanismi naturali di difesa dell'organismo.

Nel 1973 io e Cameron pensammo che fosse il caso di effettuare una sperimentazione controllata, in cui metà dei pazienti, scelti lanciando una moneta o mediante sistemi più sofisticati di casualità, dovesse ricevere 10 grammi di vitamina C al giorno e l'altra metà un placebo. Nel frattempo, però, Cameron si era talmente convinto dell'efficacia della vitamina C nei casi di cancro avanzato che non era disposto, per ragioni etiche, a privare anche un solo paziente affidato alle sue cure di tale beneficio; di conseguenza, non effettuò questa sperimentazione con i suoi pazienti. Fu allora che mi recai al National Cancer Institute per suggerire l'opportunità di tale sperimentazione, come ho narrato in precedenza in questo stesso capitolo.

Anche se non eravamo in grado di effettuare un esperimento clinico a doppio cieco, potevamo sempre fare un esperimento controllato. Il Vale of Leven Hospital è un grande ospedale, con 440 posti letto, che registra ogni anno circa 500 nuovi pazienti di cancro. Anche se Cameron era il chirurgo più anziano ed il responsabile amministrativo di 100 letti chirurgici, solo una parte di questi pazienti di cancro era affidata direttamente alle sue cure mediche. Sulle prime nessuno degli altri medici o chirurghi dava forti dosi di vitamina C ai propri pazienti, e anche negli anni più recenti molti tra i malati di cancro del Vale of Leven Hospital non ricevettero questo trattamento.

C'erano dunque dei malati di cancro, molto simili a quelli trattati con l'ascorbato, che ricevevano lo stesso trattamento di questi ultimi, eccezion fatta per l'ascorbato stesso, dallo stesso personale medico e chirurgico, nello stesso ospedale: questi pazienti potevano fungere da soggetti di controllo.

Nel 1976 comunicammo i tempi di sopravvivenza sia di un centinaio di pazienti terminali di cancro a cui era stato dato ascorbato supplementare sia di un gruppo di controllo di un migliaio di pazienti che all'inizio si trovavano in condizioni analoghe, che erano stati trattati dagli stessi clinici nello stesso ospedale e che avevano ricevuto le stesse cure, eccezion fatta per l'ascorbato supplementare.

In tal modo i mille soggetti del gruppo di controllo forniva dieci pazienti di controllo per ogni paziente trattato con l'ascorbato; tali soggetti di controllo erano equiparabili per quanto riguardava il sesso, l'età, il tipo di tumore primario e lo stato clinico di «incurabilità». Affidammo a un medico esterno, che non era a conoscenza dei tempi di sopravvivenza dei pazienti trattati con l'ascorbato, l'incarico di esaminare le cartelle cliniche di ciascuno dei pazienti di controllo e di stabilire per ciascuno di loro il tempo di sopravvivenza, cioè il tempo, espresso in giorni, intercorrente fra la data dell'abbandono di tutte le forme convenzionali di trattamento e quella della morte.

I risultati furono sorprendenti perfino per noi (Cameron & Pauling, 1978).



Il 10 agosto 1976 erano morti tutti i 1.000 pazienti del gruppo di controllo, mentre 18 dei 100 pazienti trattati con l'ascorbato vivevano ancora. A quella data, il tempo medio di sopravvivenza trascorso dalla stima di «non curabilità» era 4,2 volte superiore per i pazienti trattati con l'ascorbato, rispetto ai pazienti di controllo. I 100 pazienti trattati con l'ascorbato avevano vissuto in media più di trecento giorni in più dei soggetti di controllo corrispondenti; inoltre noi avevamo la forte impressione clinica che essi avessero goduto di una migliore qualità della vita durante questo periodo terminale.

Alcuni di loro, oltretutto, sono ancora in vita e prendono quotidianamente le loro dosi di ascorbato di sodio, e tra di essi ve n'è qualcuno che potrebbe essere considerato come «guarito» dalla sua condizione maligna, in quanto non manifesta più nessun segno della presenza del cancro e conduce un'esistenza normale.

Noi considerammo questi risultati come decisamente degni di nota, se si tiene conto del fatto che, qualora si riuscisse ad abbassare del 5% la mortalità dovuta al cancro, si salverebbero ogni anno le vite di 20.000 americani affetti da questa patologia.

Data l'importanza del problema, eseguimmo un secondo esame di casi clinici di pazienti del Vale of Leven nel 1978, anche questa volta con 100 pazienti trattati con l'ascorbato e 1.000 soggetti equiparabili di controllo (Cameron & Pauling, 1978). Dieci pazienti dei 100 selezionati inizialmente dovettero essere sostituiti con altri, perché soffrivano di forme cancerose rare, per cui era stato difficile trovare dei soggetti di controllo adeguatamente equiparabili; i 1.000 pazienti di controllo furono scelti indipendentemente, senza tener conto del fatto se fossero stati o no selezionati anche prima (metà di loro apparteneva al gruppo precedente).

I 100 pazienti trattati con ascorbato e i loro soggetti di controllo equiparabili (stesso tipo di tumore primario, stesso sesso, stessa età entro un margine di cinque anni) furono suddivisi in nove gruppi, in base al tipo di tumore primario: per esempio, 17 pazienti trattati con l'ascorbato e 170 soggetti di controllo, tutti con un cancro al colon.

Furono misurati i tempi di sopravvivenza dalla data in cui il paziente era stato dichiarato «non curabile», cioè da quando era stato deciso che le terapie convenzionali non avevano più efficacia; in questa data, o pochi giorni dopo, era stato iniziato il trattamento con l'ascorbato. Nel 1978 i tempi medi di sopravvivenza in tutti e nove i gruppi erano superiori di un periodo da 114 a 435 giorni per i pazienti trattati con vitamina C rispetto ai corrispondenti pazienti dei gruppi di controllo, con una media di 255 giorni per tutti i gruppi; tali tempi continuarono inoltre a crescere, perché l'8% dei pazienti trattati con vitamina C era ancora in vita, mentre non lo era qualcuno dei soggetti di controllo.

Una ricerca analoga venne effettuata nel Fukuoka Torikai Hospital, in Giappone, durante i cinque anni a partire dal primo gennaio 1973 (Morishige & Murata, 1979), con risultati analoghi a quelli ottenuti nel Vale of Leven Hospital, come mostra il grafico sottostante.

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